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Redazionale
Finalisti del premio Viareggio 2009
I tredici gli autori in gara all
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Il Premio Viareggio venne fondato nel 1929 nella città omonima da
Leonida Rèpaci, Alberto Colantuoni e Carlo Salsa.
Nel 1931 Lando Ferretti
sostituì Rèpaci e nel 1934 fu addirittura Galeazzo Ciano ad assumere la
supervisione del premio.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale il premio fu interrotto per
poi rinascere per volontà di Rèpaci che lo tenne in vita con forte
volontà fino alla morte avvenuta nel 1985.
Fin dall'inizio quasi tutte le premiazioni del Viareggio furono
costellate da polemiche vivaci perché Rèpaci spesso interveniva in
modo pesante nelle decisioni prese dalla giuria che lui stesso nominava.
Finché Rèpaci fu in vita il Viareggio si identificava con il suo
fondatore. In seguito, a reggere il premio, fu Natalino Sapegno e
Cesare Garboli fino alla sua morte avvenuta il 12 aprile 2004.
Il premio è attualmente suddiviso in quattro sezioni ("Opera
prima", "Narrativa", "Poesia", "Saggistica"). Per ciascuna sezione
vengono designati un numero variabile di finalisti, tra i quali vengono
quindi scelti cinque titoli (le storiche "cinquine") e infine tra questi
viene proclamato il vincitore. Inoltre viene assegnato dalla giuria il
"Premio Internazionale Viareggio-Versilia" ad una personalità di
grande fama che abbia speso la vita in favore dell'intesa tra i popoli,
il progresso sociale e la pace.
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Finalisti del premio Viareggio
2009 per la narrativa |
Edith Bruck,
Quanta stella c'è nel cielo,
pp. 180, € 16.60, edizioni Garzanti
«Quanta stella c’è nel cielo» non è un errore, è il primo verso di una
ballata amara del giovane Petöfi, il grande poeta ungherese. Quei versi
sono tra le poche cose che Anita porta con sé, insieme a molti ricordi
laceranti. Anita non ha ancora sedici anni. È una sopravvissuta ai
campi. È bella, è sensibile, le prove della vita le hanno tatuato
l’anima. Sta fuggendo da un orfanotrofio ungherese per andare a vivere a
casa di una zia, Monika. Eli, il giovane cognato di Monika, è venuto a
prenderla al confine per accompagnarla nel viaggio in Cecoslovacchia,
dove si ritrova clandestina in un mondo ancora in subbuglio. Ma tutto
questo a Eli non interessa: lo attira solo il corpo di quella ragazza e
già sul treno, affollato di una moltitudine randagia, inizia a
insidiarla in un gioco cinico e crudele. Quanta stella c’è nel cielo è
un romanzo dai risvolti inattesi. Racconta come si possa tornare dalla
morte alla vita. E come, a volte, il cammino per ritrovare la speranza
possa seguire trame imprevedibili. Protagonista, intorno ad Anita, è
un’umanità dolente, alla ricerca di una nuova esistenza: c’è chi vuole
dimenticare e chi vuole ricordare, chi mette radici e chi si imbarca per
la terra promessa, chi vuole rifiutare per sempre ogni violenza e chi
invece pensa che l’unico dovere è, dopo tutto, imbracciare il fucile per
non essere mai più vittima. Edith Bruck offre in queste pagine la storia
palpitante di un’epoca cruciale del dopoguerra, quando tutto era in
fermento tra mille difficoltà. Un’altissima meditazione sulla speranza,
sulla straordinaria forza e fragilità di chi va verso una rinascita. E
la grande capacità della Bruck è il risvegliare violente emozioni nel
lettore.
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Christian
Frascella,
Mia sorella
è una foca monaca,
pp. 289,
€ 17.50, edizioni Fazi
"Tempo fa mi è capitato tra le mani questo libro. Con cosa avessi a che
fare l'ho capito dopo un po', man mano che ogni pagina mi strappava il
sorriso, e alla fine, quando mi sono scoperto commosso nonostante i
dialoghi irresistibili e le risate. Il protagonista della storia è un
buffo ragazzo, tenero e insopportabile insieme. Uno convinto di
picchiare duro, ma che finisce steso in due secondi nel cortile della
scuola; che straparla e non piange mai, nascondendo sogni e fragilità
dietro un'irriducibile arroganza, pur continuando a buscarle ogni giorno
dalla vita, e perfino da Chiara, la ragazza bella e inaccessibile di cui
s'innamora. Uno così o lo ami o lo odi, e io l'ho amato, questo
sedicenne protagonista di un romanzo in cui ho ritrovato tutta la
gloriosa tradizione dei perdenti di talento, dal "Giovane Golden" ai
personaggi di John Fante, col loro immancabile campionario di lividi.
Ecco dunque che c'è un padre - "il Capo" - quasi alcolista; e c'è la
"Foca Monaca", ubbidiente e grigiastra sorella timorata di Dio. Quanto
alla madre, è scappata col tizio della stazione di servizio. La
periferia torinese di fine anni Ottanta e il Muro di Berlino che crolla,
insieme a un gioco di rimandi pop e cinematografici e a una scrittura
esilarante quanto aggressiva nel suo realismo, fanno da sfondo a questo
esordio: la prova che la narrativa italiana si muove, in direzioni
nuove, inaspettate e potenti." (Giuseppe Genna) |
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Letizia Muratori,
Il giorno
dell'indipendenza,
pp. 112, € 15.00, edizioni Adelphi
Giovanni ha smesso con la coca, e ha anche smesso di vendere prodotti
finanziari ad alto rischio. Per disintossicarsi si occupa a titolo
gratuito di creature misteriose e non troppo tranquillizzanti che si
chiamano tutte Ruggero e Isabella, e appartengono a una razza pregiata
di suini neri. Mary ha smesso anche lei con la sua vita precedente, ed è
arrivata in Italia dagli Stati Uniti alla ricerca di certi parenti
adottivi che vivono nello stesso paese dove lavora Giovanni, e che si
chiamano anche loro Ruggero e Isabella. La prima curiosità che questo
libro suscita è come possano incontrarsi due personaggi così, uno in
fuga da e l'altro alla ricerca di un paradiso in terra - tanto più in un
posto troppo fangoso e dimenticato da dio anche solo per ricordarlo, il
paradiso. Ma la sorpresa è che invece sì, incontrarsi possono, se
affrontano un viaggio in treno a Milano per conquistare insieme un
congresso di allevatori, una farsesca e commovente lotteria suina nel
basso Lazio, e una strana notte - italiana - del 4 di luglio; e se
queste premesse riportano tutti e due per vie diverse in America, a
Miami, dove la commedia recitata fin qui diventa, senza quasi che il
lettore abbia avuto il tempo di accorgersene, un thriller hitchcockiano.
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Finalisti del premio Viareggio
2009 per la poesia |
Ennio Cavalli,
Libro grosso,
€ 15.00, edizioni Aragno
«Un viaggio dell’ascolto per vicoli e foreste, con qualche fermata nel
deserto». Così Ennio Cavalli definisce Libro grosso, che riunisce Libro
di storia e di grilli, Libro di scienza e di nani, Libro di sillabe.
«Nel primo dei miei libri», scrive l’Autore, «per storia intendo i
momenti dell’anima, gli estri sfrontati, gli azzardi collettivi che ci
hanno resi così come siamo. Nel secondo, scienza sta anche per
coscienza, fisica si allarga a metafisica. Mentre Libro di sillabe è un
abbecedario di raduni, riporta a valle i frutti del ghiacciaio: parole e
rimandi, radici e strappi». Due sussidiari e un sillabario, per stanare
“l’infanzia delle cose”. Un De rerum natura di straordinaria luce. Con
un’ampia serie di inediti come finestra sul nuovo.
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Guido Ceronetti,
Le ballate dell'angelo
ferito,
pp. 105, € 11.00, edizioni Notes Magico
Il pittore Mario Sironi, il mago Aleister Crowley, Erica la matricida,
il Vampiro delle Torri Gemelle, Trotzkij e il suo assassino, l'armata
dell'Ebro, il pugile Michele Bonaglia, Lutero sulla strada di Worms, i
bambini della scuola di Beslan... Guidato dall'angelo, Ceronetti visita
santi, satanassi e poveri diavoli cantandone le gesta a volte eroiche a
volte miserabili con un dolore e una pietas inestinguibili.
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Giampiero Neri,
Paesaggi inospiti,
pp. 76,
€ 12.00, edizioni Mondadori
C'è un grande, maestoso silenzio che avvolge la scena di questi
"Paesaggi inospiti". Una scena che è in prevalenza quella di una natura
in cui possiamo osservare il volo e l'ombra, la rapida intelligenza
animale, l'impassibile economia che la governa. Giampiero Neri, l'autore
di "Teatro naturale", una delle opere di poesia più singolari e
giustamente amate del secondo Novecento, ci reintroduce nella sua
dimensione ambientale, che è quella di una realtà sempre insidiosa e
attraente, con la fermezza di una pronuncia classica e inconfondibile,
che nulla sottolinea, che nulla concede all'enfasi, ma che riesce
prodigiosamente incisiva in virtù della svia esattezza e insieme del
risentito risalto dei suoi umori. Nei suoi paesaggi Neri ci presenta le
tracce residue di antiche battaglie, osserva i lenti e spesso misteriosi
cambiamenti della storia e delle epoche, registra a distanza di tempo
barlumi di vicenda come se fossero brandelli di racconto. O meglio
ancora, come rapide successioni di fotogrammi che ci mostrano situazioni
e personaggi colti in un momento chiave: i cavallanti, l'attrice
adolescente, il vecchio bevitore, l'amico del paradosso. Ma anche
personaggi chiave nella cultura del Novecento, come Rossellini, Terragni,
Sironi. L'insieme ci rappresenta per frammenti un incessante lavorio
naturale e umano dove agiscono fazioni in guerra, o dove regna una pace
molto provvisoria. |
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Finalisti del premio Viareggio
2009 per la saggistica |
Emilio Gentile,
L' apocalisse della
modernità. La Grande guerra per l'uomo nuovo,
pp. 308,
€ 27.00, edizioni Mondadori
Nell'agosto 1914, allo scoppio delle ostilità, molti si erano arruolati
entusiasti, immaginando di prender parte a una gloriosa avventura,
convinti che il sacrificio del sangue avrebbe dato vita a un mondo e un
uomo rinnovati. Dopo pochi mesi, l'entusiasmo era scomparso. Ci si rese
conto che la guerra era completamente diversa da quelle fino ad allora
combattute: per l'enormità delle masse mobilitate, per la potenza
bellica e industriale impiegata, per l'esasperazione parossistica
dell'odio ideologico, per l'ingente numero di soldati sacrificati
inutilmente. La Grande Guerra rappresentava il naufragio della civiltà
moderna. I combattimenti cessarono alle ore 11 dell'11 novembre 1918. E
già all'orizzonte nuove tragedie si profilavano, poiché il trattato di
Versailles ridisegnava l'intera geografia europea secondo la volontà dei
vincitori, con conseguenze gravi e di lunga durata a livello politico e
ideologico: le rivendicazioni territoriali, la corsa al riarmo e la
militarizzazione di massa della società saranno alcuni dei principi
cardine sui quali regimi totalitari come il fascismo e il nazismo
baseranno il proprio consenso. Gentile ricostruisce il contesto sociale,
culturale e antropologico entro il quale maturò quella che è ritenuta
una delle più tragiche esperienze del Novecento, soffermandosi in
particolare sugli artisti e gli intellettuali che, se all'inizio avevano
invocato la guerra come una catarsi, si fecero poi interpreti
dell'angoscia profonda da essa scatenata. |
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Marcello Pezzetti,
Il libro della Shoah
italiana. I racconti di chi è sopravvissuto,
pp. 490,
€ 42.00, edizioni Einaudi
Più di cento sopravvissuti raccontano la loro storia, componendo un
grande racconto corale dell'ebraismo italiano. Dal mondo di prima,
l'infanzia, la scuola, alle leggi antiebraiche e alla conseguente catena
di umiliazioni. E poi l'occupazione tedesca, gli arresti, le detenzioni,
la deportazione. Complessivamente nel 1943 venne deportato circa un
quinto degli ebrei residenti sul territorio italiano: oltre 9000
persone. Nella quasi totalità dirette ad Auschwitz. Ma chi erano gli
ebrei italiani? All'inizio degli anni Trenta erano circa 45 000 persone;
le comunità più consistenti erano quelle di Roma (oltre 11 000), Milano,
Trieste, Torino, Firenze, Venezia e Genova. Comunità, in generale,
fortemente integrate nel tessuto sociale del Paese, a tal punto che dopo
la liberazione solo un'esigua minoranza dei sopravvissuti scelse, a
differenza degli ebrei di altre nazionalità, di vivere altrove. Un
mosaico di testimonianze che ha sui lettori un effetto dirompente
proprio grazie al fittissimo intreccio di ricordi, traumi, sogni,
rabbia, smarrimento, sensi di colpa, e persino speranza, dopo il ritorno
alla vita. |
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Adriano Prosperi,
Giustizia bendata. Percorsi
storici di un'immagine,
pp. 259,
€ 34.00, edizioni Einaudi
La benda sugli occhi, un attributo dell'immagine simbolica della
giustizia come donna, è al centro del percorso disegnato nelle pagine di
questo libro. Di questo attributo viene qui ricostruito l'atto di
nascita nel 1494, la rapida diffusione nel contesto dell'età della
Riforma protestante e la fortuna successiva. Indagando le ragioni di
tanta e così rapida fortuna (che non toccò però l'Italia) se ne è
individuata quella fondamentale nella potente suggestione religiosa
della narrazione evangelica di Gesù bendato e deriso: un modello di
sofferenza e di perdono che dette nuovo impulso alla figura della dea
Giustizia trasmessa dal paganesimo antico alla cultura dell'Europa
occidentale. Dopo l'attesa medievale del Giudizio universale, l'esigenza
della giustizia imparziale dominata dallo sguardo di Dio trovò la sua
incarnazione nell'asserita investitura divina dei poteri politici e
religiosi. Per dare poi vita nel Settecento all'idea del tribunale della
pubblica opinione come espressione sostitutiva dell'antico simbolo
dell'occhio di Dio. Ma nel mondo contemporaneo la spettacolarizzazione
di crimini e processi si accompagna a una crisi della giustizia che
sembra destinata a rendere nuovamente attuale e problematico il simbolo
della benda.
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